Tre bicchieri per un nome

Le lettere del proprio nome hanno una terribile magia, come se il mondo fosse composto di esse. Sarebbe pensabile un mondo senza nomi?

Elias Canetti, La provincia dell’uomo. Quaderni di appunti (1942-1972)

Per contrasto il protagonista di questo post – no, non ho cambiato idea: al centro le persone non le cose, ma in questo caso c’è una sorta di sovrapposizione, di intimo scambio – è un vino, il cui vitigno per dirlo con le parole del suo ideatore, Luca Formentini, è così descritto: «Questa denominazione nasce da un vitigno a cui è stato negato il diritto di avere un nome», «già nel ’90, anno a cui risale l’ultimo disciplinare di produzione, si decide di identificarlo con la località non citando l’uva», auto-citazione da un mio articolo apparso nel 2013 sul dorso locale del Corriere della sera con il titolo Formentini e il Campo del Soglio – Nuova vita al San Martino DOC, la ragione sta nella presa di posizione dell’Ungheria che vuole in esclusiva il nome Tokaji, nome di regione e non di vitigno, dato che il celeberrimo vino lì prodotto può essere elaborato a partire da uve Furmint, Hárslevelü, Moscato Lunel, Petit Grains, Kövérszőlő, Zéta e Kabar, anche se è di fatto principalmente il Furmint a caratterizzarlo.

Di conseguenza dal 2007 in Italia nessun vino può dirsi realizzato a partire da uve Tocai, nome di vitigno e non di regione, così dopo un momento di smarrimento, il nostro diventa Friulano in Friuli, Tai in Veneto e Tuchì nel bresciano, e le bottiglie di Campo del Soglio, questo il nome del San Martino della Battaglia di Selva Capuzza da quell’anno, a rappresentare quel non diritto a un nome, sono segnate da un grande punto interrogativo che campeggia sulla retro etichetta della bottiglia – la ripresa del locale e dialettale Tuchì avviene proprio nell’anno del mio incontro con Formentini -. Conservo, e non sempre accade, vivido, nitido, il ricordo di quella giornata, e correndo il sempre presente rischio della banalità mi restò impresso il personaggio, che tale è, ricco d’interessi, come quello per la musica, espresso del resto a livelli altissimi, e quello, ovvio qualcuno dirà, per una delle più piccole denominazioni d’origine italiane.

Assaggiammo un paio di annate e lo stupore per il vino si unì ben presto alle mie memorie: quelle delle gite domenicali sul lago di Garda, concluse, non certo per me, dall’assaggio del «Tocai di San Martino della Battaglia», era quello il vino del fine settimana sul Garda, non era ancora esploso, pur essendo ben presente, il Lugana, il periodo erano gli anni ’60. Su quella bottiglia, su quella denominazione puntava con caparbietà Luca, con lui uno sparuto gruppo di produttori. Così leggere oggi dei Tre Bicchieri 2024 ottenuti dal suo Campo del Soglio 2022 è, senza retorica alcuna, sincera commozione, unita a un pizzico di soddisfazione per avere, in tempi non sospetti, parlato di lui e del suo vino, così come del Fausto Capriano del Colle Bianco DOC dei Lazzari, piccole DOC, un poco Figlie di un dio minore per utilizzare quel che rimane della mia cinefilia, accanto alla pattuglia, decisamente più agguerrita dei Franciacorta DOCG, dove alcuni dei «miei» nomi compaiono nell’elenco dei premiati lombardi di quest’anno, come 1701, il Mosnel, Bosio, Enrico Gatti… O altri sia pure con vini diversi, il caso di San Giovanni in Valtènesi. Fortuna? Un minimo di sensibilità? ¿Quien sabe? Direbbero, saggiamente, i miei conterranei (non giudicateli però dalle loro scelte elettorali).

L’importante che ne se parli, specie per le Denominazioni più piccole, con voci meno amplificate, quando non bellamente, nonché dichiaratamente, ignorate. Sono tempi strani per il vino, fatto oggetto di critiche, anche fondate, da parte di non pochi medici e nutrizionisti, sostituito dai giovani con altre bevande tra salutismo e moda, portatore, innegabile, di una parte non trascurabile della nostra cultura. Forse ne cambieremo le modalità di assunzione, ne diminuiremo le quantità, e questo, permettetemi, va nella direzione di piccole produzioni di qualità, con prezzi in sintonia, agli antipodi di quegli esperti che anni fa parlavano della «fine» delle piccole aziende che avrebbero dovuto, a loro avviso, smettere di etichettare e consegnare tutte le uve a pochi grandi produttori per realizzare vini attorno sotto i 5 euro destinati ai mercati emergenti. Da poco ma buono a pochissimo ma buonissimo potrebbe essere una non utopica idea per gli anni a venire.

Intanto godiamoci queste vittorie dei Davidi biblici, dei nostri produttori, centelliniamo con attenzione e rispetto crescente il frutto del loro lavoro e ricordiamoci che di cose che non ci fanno benissimo e siamo costretti a ingollare/respirare ogni giorno non c’è che l’imbarazzo della scelta. Quanto alla ristorazione un consiglio a costo zero: ampliate la vostra proposta di vini a bicchiere, fate conoscere cosa ci differenzia da luoghi anche vicinissimi spazialmente, vendete identità… Oggi esistono ottimi strumenti per preservare il contenuto delle bottiglie e un investimento in questa direzione non sarebbe certo sprecato.

Le immagini sono cortesia di Selva Capuzza. Resto a disposizione per qualsivoglia evenienza

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